Critica
Quello che accade quando si sogna troppo
E perché, sin dai tempi di Miguel de Cervantes, ci ripetiamo che dobbiamo sognare di più
Leonardo Macioci ·

Un magro cavaliere sprona il proprio ronzino macilento contro dei mulini a vento che si stagliano sulla secca desolazione della Spagna centrale; l'uomo indossa un'armatura scalcinata e imbraccia una lancia sottile. Il suo sguardo è fisso contro i nemici che lo osservano minacciosamente: dei giganti dalle braccia lunghe intere leghe si agitano irrequieti, pronti a uccidere il prode paladino. Il cavallerizzo ignora la voce querula del suo maldestro scudiero, che lo implora di tornare in sé, invece di schiantarsi immotivatamente contro quelle strutture cigolanti. Poco dopo l'impatto, l'anziano – impolverato e dolorante – si rialza tronfio, additando le mostruose aberrazioni che ha vinto coraggiosamente e sbeffeggiandole.
Se la sequenza che vi ho presentato vi è parsa perlomeno ambigua, vuol dire che sono riuscito a trasmettere – sebbene in misura minima – ciò che si prova mentre si scorrono le pagine del capolavoro di Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia . È un'incertezza che trasuda da ogni frase del romanzo, e che si palesa anche per mezzo degli stratagemmi letterari di cui lo scrittore si avvale; la prima parte di Don Chisciotte della Mancia sembra essere quella più profondamente remissiva sul piano del discernimento tra realtà descritta internamente al romanzo, verosimiglianza cognitiva delle menti dei personaggi e verità storica, accurata e confermata. Potrebbe essere per via del recente reclutamento di Sancio Panza, che non è stato ancora ammaliato dalle inarrivabili promesse del suo signore e che per questo rimane con i piedi ben ancorati per terra, animato da una pragmaticità che è a tratti deprimente; oppure, potrebbe essere perché è lo stesso narratore – per quanto, tra un livello metaletterario e l'altro, sia difficile capire chi sia, questo narratore – a sembrare convinto dalle assurde affermazioni di Don Chisciotte nella seconda parte dell'opera, almeno parzialmente. Di sicuro non è pronto a bocciarle interamente in quanto false.
È esattamente questo confine così labile – unito a un'altra serie di rivoluzionari fattori – a rendere Don Chisciotte della Mancia un prodotto creativo tanto straordinariamente unico. Se poi lo si contestualizza in ambito storico, si può notare ancora una volta la sottile ironia che caratterizza scrittori come Cervantes e Manzoni (che considerava il libro dello scrittore spagnolo una lettura obbligata e un tassello fondativo per I promessi sposi ): all'epoca, la prosa era associata alla cronaca storiografica, e di certo non a delle avventure fantasiose come quelle di Don Chisciotte e Sancio Panza; al contrario, la poesia era ciò che poteva essere utilizzato per esprimere i concetti più disparati e lontani dalla realtà. Questa è una distinzione operata più volte anche internamente al romanzo da parte dei personaggi stessi, come il cavaliere protagonista.
E infatti lo stesso autore di Don Chisciotte della Mancia usa la stessa tecnica che poi adotterà Alessandro Manzoni nell'Ottocento: Miguel de Cervantes riferisce di aver rinvenuto un manoscritto redatto in arabo, di averlo fatto tradurre e di riferirlo ora ai lettori; il vero autore delle vicende di Don Chisciotte e del suo fedelissimo scudiero è Cide Hamete Benengeli, uno storico moro. Già qui emerge il primo artificio con cui gioca Cervantes, dal momento che i mori erano tacciati in quanto intrinsecamente bugiardi, come viene esplicato approfonditamente nella novella raccontata nella prima parte del romanzo, ovvero quella di Zoraide; ciò voleva dire che le vicende, la cui paternità era affidata a uno storico di origini arabe, sebbene corroborate dal reiterato epiteto di "veridica storia" – sottolineato ripetutamente nel romanzo – erano in realtà menzogna. Questo costituisce il primo sfregio che lo scrittore fa ai romanzi cavallereschi, che fungono poi da perno della vicenda nella sua interezza: Don Chisciotte, infatti, prima un rispettato hidalgo , impazzisce dopo aver letto troppi romanzi cavallereschi, fino a impersonare un difensore della giustizia lui stesso, ed è da qui che si dipanano le tribolazioni che colpiranno la coppia.
L'immaginazione di Don Chisciotte però non si limita a fargli vedere dei castelli laddove si palesano delle piccole osterie o dei giganti dove sorgono dei mulini a vento sgangherati, bensì a plasmare la realtà per soddisfare la narrazione desiderata dal protagonista: quando qualcosa non procede secondo quanto pianificato – cosa che avviene molto spesso –, la responsabilità è da attribuire a dei malefici incantatori che lo perseguitano, e anche quando si manifestano delle tendenze che non si confanno alle abitudini cavalleresche, Don Chisciotte può sempre attingere alle proprie letture fantastiche per estrapolare una regola che lo giustifichi. Per quanto becera, questa tecnica di autoconvinzione sembra funzionare: Don Chisciotte non appare mai demoralizzato, eccetto alla fine; quando lo specchio si infrange, tutto il castello di carte – precario e opinabile – crolla attorno al cavaliere, che sfruttava la Mancia come una proiezione delle proprie aspirazioni. Sembra una reminiscenza interpretativa ante litteram della lettura che Stephen King opererà nei confronti del verso di Walt Whitman, "Io contengo moltitudini", per un suo racconto lungo, La vita di Chuck , nel quale un intero mondo collassa al deperimento clinico della mente che l'aveva generato; questa consegna di centralità assoluta all'umano non è che un'eco dell'Umanesimo rinascimentale italiano, che si allontana dalle res divinae per tendere a ciò che concerne questa vita, in cui però – contraddittoriamente – non siamo gli unici giocatori. L'assenza di Dio, che all'epoca deteneva un'importanza fondamentale, è testimoniata dal ruolo marginale dell'Inquisizione – che, nel XVI e XVII secolo, pur si muoveva come una forza militare e politica autonoma in Europa e in particolar modo in Spagna – e dall'allontanamento dalla purezza ecclesiastica del curato, ad esempio, che ammette le proprie letture clandestine di testi etichettati come eretici, quali quelli cavallereschi, che erano estremamente popolari.
Nell'arduo compito di cavaliere è affiancato da Sancio Panza, un contadino che ha trascorso la sua vita nello stesso, indefinito villaggio, senza allontanarsene, almeno fino all'ingaggio da parte di Don Chisciotte. L'unione di un idealista sfrenato come Don Chisciotte e di un uomo tanto relegato a ciò che può vedere come Sancio genera una dicotomia che va sfumando gradualmente nel corso dell'opera, fino a quando, nella porzione terminale della seconda parte, le parti si invertono e la paradossalità delle convinzioni reciproche infrange prorompente la realtà. Cionondimeno, questa coppia antitetica consacra comunque l'iconizzazione di un tal tipo di duo, che attraverserà la letteratura fino a toccare Sherlock Holmes – con John Watson – e Frodo Baggins, ne Il Signore degli Anelli tolkieniano, inseparabile da Samvise Gamgee.
La coesistenza simultanea di questi fattori dà vita a una satira iperbolica e pungente di praticamente tutto quello che Cervantes poteva trovare di fuori posto all'interno della Spagna di quel periodo. Miguel de Cervantes vi riesce anche grazie alle proprie competenze in ambito teatrale e drammaturgico (sebbene le sue opere teatrali non fossero state apprezzate, lo scrittore comunque non abbandonò mai tale passione), che risultano decisamente evidenti quando si guarda la caricaturalità della caratterizzazione dei personaggi e la costruzione di determinate scene, come la selezione dei demoniaci romanzi da bruciare da parte del curato – assistito dalla governante di Don Chisciotte e da diversi compaesani –, all'inizio del primo volume, e addirittura il metateatro che si sviluppa elegantemente nei capitoli che trattano la permanenza della coppia presso il castello del duca e della duchessa. L'occhio del commediografo è un occhio estremamente attento, che non si lascia sfuggire alcun dettaglio, così da poter ricostruire una realtà che, per definizione, deve essere destrutturata e ridotta a meri cliché concatenati prima di essere esposta sul palco, cosa che si verifica nell'opera di Cervantes, che però assurge a un'elaborazione formale e letteraria trascendente – lo stesso William Shakespeare, il Bardo di Avon, opera coevamente a Miguel de Cervantes, dedicandosi interamente al teatro, in un periodo di rinascita culturale ed economica come quello che viene tradizionalmente associato all'epoca del regno elisabettiano del Seicento.
La satira cervantesiana ingloba al proprio interno ogni aspetto della società dell'epoca, e lo fa con un'ironia e con un sarcasmo genuinamente divertenti, alternando dei tratti marcatamente popolari con altre eccelse dimostrazioni di genialità letteraria, come la scena della caverna di Montesinos, climax parossistico della letteratura occidentale già giocato agli albori della stessa. È un'ironia che critica primariamente i romanzi cavallereschi; l'immortalità stereotipata e ripetitiva dell'etica granitica dei personaggi dell'epica cinquecentesca viene tradotta in un'ambientazione desolata e antieroica come quella della Mancia, e quasi tutte le peregrinazioni di Don Chisciotte e di Sancio Panza interessano le secche pianure della penisola iberica centromeridionale. Il teletrasporto a cui i lettori dell'epoca erano abituati – che permetteva a cavalieri e dame di spostarsi con banale rapidità da un angolo all'altro dell'Europa –, ad esempio, viene sostituito da viaggi lunghi ed estenuanti, che divengono terreno fertile per avventure episodiche e novellistiche. (Un'altra novità è proprio questa struttura così agilmente scandita, che dona all'opera una scorrevolezza esemplare senza svuotarla di coesione e di solidità letteraria.) La stessa dama oggetto dell'amore di Don Chisciotte, la mitica Dulcinea del Toboso, non possiede tratti principeschi, e nell'unico caso in cui viene – suppostamente – incontrata dal cavaliere ha un aspetto rustico e un odore decisamente spiacevole.
L'abbandono però di una moralità così tradizionalistica non significa però che Don Chisciotte e Sancio siano vicini alla volgarità semplicistica di alcune opere di poco precedenti a Don Chisciotte della Mancia , come il Baldus di Teofilo Folengo (appartentente a un altro filone semipoetico e quindi inoppugnabile sotto questo punto di vista, ma l'esempio è calzante): invece, il cavaliere e il suo scudiero sono puramente casti, privi della benché minima traccia di pulsione erotica e sessuale e apparentemente fedelissimi alle proprie rispettive amate – ovvero Dulcinea del Toboso per il padrone e Teresa Panza per il servo, marito della donna –, e gli stessi riferimenti alla passione, già piuttosto rari nella letteratura dei secoli precedenti, sono quasi inesistenti. È una tendenza che non abbandonerà la letteratura sino a molto più tardi, quando l'amore passionale diventerà appannaggio esclusivo della borghesia, come con Philip Roth, come evidenziato dallo stesso professore Capodaglio.
Se abbiamo quindi appurato la parodia esercitata da Cervantes a danno dei romanzi cavallereschi, non possiamo ovviamente ignorare la satira sociologica portata avanti dallo scrittore, nei confronti di una Spagna che – malgrado stesse attraversando il Siglo de Oro , un periodo di eccezionale fioritura artistica e culturale, non dissimile dal Rinascimento, sostanzialmente – era piagata da delle marcate disuguaglianze economiche, sociali e culturali, e colpita da una povertà che innescava puntualmente aspre dimostrazioni di anacronistico bigottismo e dannoso conservatorismo sul piano politico e religioso; è una crisi che, tuttavia, non aveva ripercussioni sui ceti benestanti, come quello del duca e della duchessa, incontrati da Don Chisciotte – che riescono ad astrarsi dalla realtà grazie a uno svago che assomiglia a un autoimposto panem et circenses –, bensì su quelli con una minore disponibilità economica e incapaci di scalare la piramide sociale: trascorrevano un'esistenza degradante e che costituiva il propellente di ulteriori iniquità, tanto diffuse quanto radicate nella società provinciale spagnola.
Queste tematiche – coadiuvate da una capacità analitico-descrittiva senza pari – confluiscono in un romanzo caleidoscopicamente complesso, con millemila diramazioni e sottotrame che popolano attivamente l'opera, la quale riscosse un grandissimo successo, il quale continua fino a oggi: Don Chisciotte della Mancia ha sinora venduto ben 500 milioni di copie, è stato tradotto in numerose lingue e illustrato da svariati artisti, tutti egualmente celebri, come Doré e Picasso.
A seguito della pubblicazione della prima metà dell'opera, uno scrittore, noto come Alonso Fernández de Avellaneda, si dedicò alla scrittura della seconda parte del romanzo, a sua volta conquistando una grande fama; Cervantes rispose aspramente, componendo velocemente la seconda porzione e pubblicandola a dieci anni dalla diffusione della prima, nel 1615. La più brillante componente inclusa nella prosieguo della prima parte di Don Chisciotte della Mancia è il costante riferimento al libro di Alonso Fernández de Avellaneda – oggi indicato sotto il titolo de Il secondo Chisciotte –: entrati a far parte della tradizione folkloristica collettiva, Don Chisciotte e Sancio Panza più volte vengono scambiati con gli omonimi descritti dal rivale di Cervantes, come se all'interno dello stesso mondo alcune persone si fossero improvvisamente sdoppiate. I protagonisti di questo intramontabile capolavoro (quello originale) reagiscono con perplessità e sdegno nei confronti dell'opera del plagiatore, fino a rifiutarsi di andare a Saragozza – dove Alonso Fernández de Avellaneda aveva descritto si fossero recati – pur di dimostrare l'infondatezza delle parole dell'impostore.
Tutto ciò non può che generare della filosofica coscienza letteraria e narratologica – con eccezionali risvolti autoriflessivi –, consentendo a Cervantes (che è indirettamente presente nella prima parte del romanzo, quando i personaggi discutono dei romanzi dello scrittore, come La Galatea ) di indagare accuratamente l'animo del protagonista e del suo scudiero, fino a innestare una vera e propria conversione religiosa. Un romanzo così tremendamente comico culmina quindi nel più convintamente cristiano dei modi, ovvero con una redenzione invocata sul punto di morte.
La fine dell'opera è indubitabilmente la parte più malinconica delle oltre mille pagine che è obbligatorio attraversare prima di raggiungere l'invito di Sancio al suo signore affinché non sia pigro, affinché si alzi per andare a recitare la parte del pastore nei campi – con la speranza di rinvenire la bella Dulcinea – insieme al suo inseparabile scudiero.
È l'apice di un delirio frenetico e idealistico, e probabilmente dell'emersione di un dubbio rispetto alla fattuale esistenza della pazzia di Don Chisciotte; questa titubanza affiora per la prima volta quando il cavaliere si isola all'interno di un bosco, nel primo tomo, e urla, urla e strepita e si dispera perché deve farlo, e perché le buone pratiche della cavalleria errante gli impongono di esuberare in quanto a elucubrazioni amorose e a pianti lamentosi. Sebbene il dubbio scemi con il trascorrere delle storie che si susseguono vorticosamente, non può che permanere imperituro, aleggiare nell'aria, e insinuarsi con agilità nella mente del lettore.
Ciononostante – o forse per via di tutto quello che Don Chisciotte della Mancia è ed è stato – non si può che riflettere rispetto a tutto ciò che si è provato, dedicandosi a un'opera tanto pantagruelica, ma, "poiché le cose umane non sono eterne", si finisce per sorridere pensando alle ore che si sono trascorse in compagnia di dei personaggi tanto tangibili, tanto umani, tanto visionari e tanto utopisti, che – può darsi – incarnino in realtà tutto ciò che le persone desiderano essere senza avere la forza di sceglierlo. Che incarnino un Don Chisciotte che finge di essere un Sancio Panza. Che incarnino un Sancio Panza che finge di essere un Don Chisciotte. O che incarnino – semplicemente – un uomo anziano che, un giorno, indossa un'armatura vecchia e arrugginita, imbraccia la propria lancia scheggiata, sale sul proprio ronzino malnutrito e deboluccio, e, affiancato da un amico fedele ed esperto di proverbi, si avventura per delle lande banalissime ma piene di castelli, giganti, incantatori, paladini e principesse. Un cavaliere errante con il suo scudiero.