L'Aquila

"Gl'ultimu degli arcari": "tradere" e "tradire"

Conoscendo Pino (Giuseppe) Gizzi, custode di un'arte secolare dannatamente nostra

Angelo Serpetti ·

La bottega di Giuseppe Gizzi. (Fotografia di Angelo Serpetti/The Ampersand)

C'era una volta un mondo in cui la gente non sapeva né leggere né scrivere, un mondo a tratti idilliaco e a tratti infernale scandito dai tempi e dai modi di una pratica patrimonio UNESCO dal 2019: la transumanza. C'era una volta una spiga di avena, il cereale dei barbari, il cereale del diavolo, che cresceva di generazione in generazione sulle arche della famiglia Gizzi, prodotte per accompagnare i pastori lungo "i tratturi al piano / con le verghe d'avellano", parafrasando il D'Annunzio, perché questi modesti lavoratori del legno non sapevano scrivere, ma non si astenevano dal porre la propria firma sulle arche "tipo IKEA" (perché smontabili e rimontabili) che avrebbero trasportato i viveri dei transumanti: vai a capire gelosie e copyright d'altri tempi... Comunque, siamo arrivati alla settima spiga: forse, l'ultima.

Cereale del demonio, gematria del Creatore.

Passeggiando per caso lungo la via maestra del centro storico di Arischia, quella che dalla SS80 conduce, dopo una consistente anabasi, dirimpetto alla iconica gelateria Lino (sì, parlo dello stesso Lino il cui foodtruck è immancabile nelle feste estive qui intorno), di fronte il Romanico-baroccheggiante della chiesa di San Benedetto, in un locale appartato, anonimo e contraddistinto da un cartello autoprodotto, si nasconde questo piccolo museo-non-museo, questo archivio umano ed emozionale sede delle creazioni dell'"ultimo degli arcari", come lui stesso, Giuseppe Gizzi, in paese Pino, si fa chiamare.

Non basta, non può bastare, è avvilente e riduttivo dire "si trova", hic iacet : come il Padreterno al settimo giorno, come una stirpe alla sua settima primavera, come una spiga pronta alla trebbia. Perché, è vero, "giace", sopita e dimenticata questa memoria, relegata alla vergogna della città che vuole correre e profumarsi, che lascia ad un paesino della periferia le pecora , il suo antico e fondativo valore (da pecus ). "Giace", ribadisco, ma come un seme nel terreno, sperando che non sia troppo inaridito dalla secchezza culturale di chi ormai ha altri modi per campare: verdeggia e trasuda di vita l'odore del legno affumicato, intagliato, intarsiato dalle sapienti mani di un artifex , faber in senso umanistico; balza all'occhio il grigio vergognoso de 'u sorce – lungi da me soffermarmi sulle accezioni dialettali del termine: il perbenismo di oggi mi manderebbe al rogo –, la spazzola in pelle di pecora che lustra l' opus alla vista, al tatto, all'udito, perché sentirai le pecore belare, eh già...

Sì: è vero. Facile è lasciarsi soggiacere dall'emozione, dall'impatto psichedelico del trovarsi dinanzi quella stessa aura che, nella nostra cultura di massa, riserveremmo ai prodotti etnici africani, asiatici, mesoamericani: non di certo all'arcaro che sta letteralmente a due passi da dove abiti. Ma in effetti, ahinoi, si parla davvero delle testimonianze di un altro mondo, né migliore né peggiore del nostro beninteso, ma "altro" sì, come "altro" è quel mondo la cui testimonianza cova a chissà quante migliaia di chilometri dal mondo occidentale, sedicente "civilizzato": del resto, si parla qui di civis in antitesi a pagus . E chi lo conserva, lo "tradisce" (da tradere ), lo custodisce restando al passo con i tempi, secondo una logica dannatamente faustiana: l'autentica manifattura di necessità, la piena espressione dell'ingegno umano nell' opus , ovvero tecnica e prodotto in accezione spengleriana, si riduce di formato per diventare comodamente usufruibile qui e lì per il mondo come un comune soprammobile di città, di cui vantarsi con gli ospiti e da ignorare sempre più nell'arredamento quotidiano.

Mi chiedo io, non con vena polemica ma con sincero σκεπσις: questo è il prezzo per salvare un mondo? Micorrizzarlo nelle radici di un altro, come il più raffinato tartufo, il bianco, micorrizza occasionalmente sotto il frustrante e onnipresente pioppo? Non so: chiedo a voi, cari utenti di questo sui generis prodotto di infotainment , il mio, che nella veste più o meno commerciale e retoricamente pompata vuole trasmettere qualcosa che forse neanche io, lo ammetto, so esprimere bene, che magari voi potete scorgere meglio di me.

Per non lasciare con l'amaro in bocca, l'amaro di una bacca di ginepro, voglio dunque richiamarvi il lieto profumo del suo odore, sebbene la facies fragile e costante dell'arbusto simbolo di protezione dei viandanti, di fertilità e di tutela dai venefici: forse è questo l'augurio che si può fare a un uomo postmoderno tanto peregrino e transumante, a un uomo povero di certezze e pieno di dubbi, libero dai gravi di un tempo e spesso nostalgico di questi. Che non diventi piagnisteo, né cicisbeo delle mode di un alienante consumismo culturale, ma che tenga in bocca l'amaro delle bacche del ginepro, apprezzi la costanza, la forza, l'umile piccolezza e il fragrante odore del suo legno, cogliendolo, se proprio si corre troppo per vederne uno dal vivo, odorando la pipa di ginepro che fieramente fuma Pino Gizzi, che "non si spuzza mai".