Critica
Forse McMurtry non ha sbagliato il titolo di "Lonesome Dove"
Tutti i modi in cui questo romanzo Western non è solo un romanzo Western, ma il romanzo-mondo più assoluto della contemporaneità
Leonardo Macioci ·

Dopo aver letto le prime centinaia di pagine di Lonesome Dove ho pensato che se il libro avesse confermato le aspettative determinate dalla parte iniziale, l'unico elemento discordante in quanto mediocre sarebbe stato il titolo; sostanzialmente, non riuscivo a capacitarmi del fatto che un'opera esemplare dal punto di vista del ritmo narrativo, della caratterizzazione dei personaggi, dei dialoghi, dell'impostazione della trama e della prosa potesse essere intitolata in modo tanto semplice quanto il nome dell'immaginario villaggio texano di Lonesome Dove, per l'appunto. Mi sembrava fosse una tautologia orribilmente banale e indegna di rappresentare la mastodonticità epica di un libro del calibro del capolavoro di Larry McMurtry, scrittore e sceneggiatore americano.
Eppure, giunto malinconicamente adrenalinico alla conclusione di Lonesome Dove , penso di poter affermare che il titolo sia – in definitiva – calzante, specialmente se se ne effettua la traduzione in italiano (senza applicarla sulla copertina del mattone edito Einaudi, a meno che non si voglia attribuire al romanzo fondativo ed esemplificativo del genere Western una tonalità letteraria che oscilla tra Camilleri e Carrisi): i personaggi che popolano Lonesome Dove sono effettivamente colombe solitarie, nuclei personalistici isolati e collegati da un'unitarietà d'intenti diafana.
In quanto romanzo-mondo, Lonesome Dove è animato da alcuni personaggi dalla strabiliante profondità psicologica, aggregati precariamente dalla missione di condurre all'incirca tremila capi di bestiame dal Texas meridionale al Montana, una terra in gran parte disabitata – negli ultimi decenni dell'Ottocento – e pronta alla colonizzazione. Il viaggio, che occupa gran parte delle quasi mille pagine che compongono l'opera, permette di esplorare a fondo ognuna delle figure variopinte che interagiscono l'una con l'altra, dallo spirito pigro e rumorosamente ingombrante di Augustus McCrae, detto Gus, alla laconica pragmaticità di Woodrow Call – due Texas Ranger ritiratisi a malincuore dalla caccia agli indiani per dedicarsi alla gestione di una fattoria, con annessa vendita di cavalli (ma non di maiali) –, attraversando la conflittuale ricerca del padre portata avanti da Newt e il suo rapporto con il supposto genitore, ovverosia il seducente e bambinesco Jake Spoon, e conoscendo July Johnson, sceriffo cieco davanti alla sofferenza che la donna che ha sposato, Elmira, gli infligge; è poi impossibile dimenticare, gli incredibili personaggi femminili – i migliori che abbia mai incrociato in un romanzo –, come Clara, sempre pronta a ribattere velenosamente ai propri spasimanti – in particolare allo stesso Gus – e Lorena, bellissima, ingenua e sfortunata; molti di questi sono impegnati nel continuo contrasto di Blue Duck, uno spietato indiano fronteggiato in passato da Call e Gus, ma mai eliminato. E ce ne sarebbero molti altri, alcuni solo comete che sfrecciano nel cielo terso prima di infrangersi contro la calibrata crudeltà di McMurtry, altri stelle abbracciate in una costellazione che straborda oltre l'orizzonte, dalle prostitute agli sceriffi, dai ragazzini coinvolti nelle guerre in miniatura che si combattono lungo le migliaia di chilometri che separano le due estremità del Paese ai collezionisti d'insetti.
McMurtry sfrutta questa costruzione caratteriale per satireggiare rispetto a numerosi aspetti dell'ambientazione che descrive, ovvero quella dell'entroterra americano occidentale, spaziando dalle secche steppe che incorniciano il sentiero del Rio Grande – al confine tra Messico e Texas, sulla frontiera selvaggia, oltre la quale ancora regnano indisturbati i grandi ranch del feudalesimo criminale –, fino ad arrivare alle fertili lande incontaminate del Montana, a poca distanza dalle sconfinate foreste del Canada.
In primo luogo, tratteggia in modo macchiettistico l'anacronismo orgoglioso dei cowboy, il cui ruolo, internamente alla società, si va pericolosamente rarefacendo, insieme al loro codice d'onore da condottieri di bestiame e alla sbruffoneria con cui si intrattengono nelle locande polverose, malgrado – spesso e volentieri – una certa inesperienza giovanile e disagevole. In secondo luogo, però, anche il rapporto tra l'emotività e l'inammissibilità della stessa nell'animo degli uomini, come ampiamente dimostrato dalle parole taglienti di alcuni personaggi, come la stessa Clara, un'acuta indagatrice della scomoda intimità maschile.
Nella prefazione all'edizione celebrativa per il venticinquennale dalla pubblicazione del romanzo, McMurtry scrisse che l'oggetto del libro non era la sua trama, bensì la paternità mai rivendicata di Newt da parte di Call, dimostrando ancora una volta l'abilità magistrale dell'autore nel tracciare limpidamente il pentimento laddove regna una certa lattiginosità emotiva: in generale, Lonesome Dove è composto perlopiù dal rimpianto, dall'anamnesi, dall'indugio detestato, fino a raggiungere dei livelli orfici.
Call ripensa ai propri difficoltosi rapporti con le donne, al fatto che non abbia mai chiamato Maggie, la madre di Newt, per nome; Gus al mancato matrimonio con Clara, a una mancata vita di lotta, ma anche al non aver ucciso Blu Duck quando ne aveva avuto l'occasione, sulla riva del fiume argentato, prima che rapisse Lorena; gli irlandesi – che affiancano i cowboy nell'epopea del romanzo – ai campi color smeraldo della loro terra natia; Clara stessa al proprio sogno di diventare scrittrice, e Lorena alla possibilità di rimanere con l'oste che l'aveva ospitata prima che ella partisse in compagnia di Jake Spoon; Pea Eye all'aver lasciato Gus da solo, all'avergli permesso tranquillamente di avventurarsi oltre la collina; Bolivar alla propria famiglia, in Messico, e poi alla fattoria della Hat Creek Company di Lonesome Dove, nella quale assisteva Call e gli altri come cuoco; July Johnson all'aver permesso che i propri cari venissero massacrati, ed Elmira al tempo sprecato senza trovarsi accanto a Dee Boot, suo amante.
La tristezza di cui questo libro apparentemente trionfante è intriso si manifesta anche evidenziando l'inarrestabile diminuzione dell'importanza del ruolo di persone come Gus e Call in degli Stati Uniti che sono ormai proiettati verso l'espansione industriale e l'aumento esponenziale dei centri di produzione e delle tratte di trasporto motorizzato, come le ferrovie, ad esempio. Come ha scritto Angelo Cennamo su Telegraph Avenue, quello di Lonesome Dov e è un commiato, da un mondo e da un'epica che si ingrigiscono.
Aggiungerei che si tratta di un commiato donchisciottesco, come dimostrato dal comportamento dei componenti della compagnia – sì, in Lonesome Dove echeggia anche in modo prorompente Il Signore degli Anelli di Tolkien, quasi in maniera obbligata, sebbene le due opere, accomunate, per esempio, dal viaggio, dalla fratellanza effimera della vita terrena, dalla presenza dell'incarnazione del male assoluto e incurante, siano parecchio diverse, –: gli indiani sono relegati entro i confini di specifiche riserve istituite ad hoc, e, cionondimeno, i cowboy scandagliano ugualmente la notte alla ricerca timorosa di pericoli e di nemici (non a caso, lo stesso Call sarà sorpreso nel raggiungere il Montana subendo perdite numeriche minime); essi agiscono senza individuare i mutamenti in una società nella quale i cavalieri sono parte di una tradizione narrativa leggendaria e vetusta, come affetti da una sorta di sonnambulismo.
Tutto questo permette di generare un struttura narratologica marcatamente satirica e antieroica – esattamente come avviene in Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes –, nella quale la morte è frequente e i pilastri dell'etica della strada vengono meno, favorendo invece la trasformazione parossistica di una crisalide in farfalla, lasciando indietro la grandezza della conquista, per sempre, piangendo amaramente, davanti al sole che sorge, ancora una volta, sul Montana.