Macro
L'intervista a Luciano Arcella, il regista dello spettacolo del 5 giugno
Un cittadino del mondo sulle orme di Nietzsche e Stirner
Angelo Serpetti ·

Riportiamo qui l'intervista – svolta da me e Giulia De Simone in data antecedente allo spettacolo del 5 giugno – a Luciano Arcella, docente di Filosofia e Storia delle Religioni all'Università di Valle di Cal in Colombia, già professore universitario a L'Aquila, con esperienze di varia natura, professionali e personali, in Somalia e in Brasile, nonché a Monaco, dove ha organizzato una conferenza stampa per Carlo Ginzburg.
Un uomo che ha Nietzsche e Stirner come modello di vita, che critica all'Italia benpensante il vacuo scandalizzarsi dinanzi alla pienezza della natura umana, intesa anche nel suo aspetto più carnale, che si definisce fieramente apartitico; che ha avuto il coraggio giovanile e la passione intellettuali di affrontare un viaggio in autostop da New York a Rio De Janeiro "perché il biglietto diretto costava troppo"; che ha conosciuto di persona la guerra civile in Somalia. Un uomo che ha fatto del teatro, oltre che della pubblicazione saggistica, un motivo di grande orgoglio personale, pur se mai se ne prende i dovuti meriti per umiltà.
Avendo già scritto un interessante sceneggiato su Nietzsche, vari studi su Seneca, nonché vari imperdibili libri, tra cui annovero La folle saggezza di Eros o L'uomo: quell'accidente culturale , attualmente lavora alla realizzazione di due sceneggiati: uno a Hammamet, in Tunisia, e uno nel nostro istituto.
Di seguito, la trascrizione dell'intervista, prodotta da me con il prezioso, seppur a tratti carente, contributo del programma di IA TurboScribe, apportando, tuttavia, varie correzioni dovute alla bassa qualità del file audio (l'intervista è avvenuta in videochiamata, poiché il professor Arcella si trovava in Colombia). Per correttezza, riportiamo anche l'audio originale, disponibile alla fine dell'articolo; pertanto, mi permetterò di snellire lo script sotto riportato per maggiore facilità di lettura.
Giulia D. S.: Innanzitutto con Lei vorremmo parlare un attimo di quella che è stata tutta quanta la Sua esperienza, sia nel percorso di studi che come anche professore nella città dell'Aquila, e anche poi tutto quanto il percorso teatrale che L'ha portata a collaborare con il nostro istituto.
Angelo S.: Sì, e soprattutto, per andare per ordine, cominciamo dal chiederLe riguardo la Sua esperienza da studente e da docente qui all'Aquila.
Allora, da studente io ho studiato a Roma, prima al Liceo "Dante Alighieri", poi all'Università "Sapienza", dove appunto quegli anni sapevano un po' di rivoluzione. Io mi sono laureato nel '69. Io sono arrivato all'università che avevo 17-18 anni, ho fatto un po' prima, ho finito gli esami in due anni e mezzo perché non mi andava di stare, cioè volevo sbrigarmi. Dai miei professori di liceo ho imparato una cosa molto importante: a non comportarmi mai come facevano loro, sinceramente. Questo mi hanno insegnato: a nascondere bigliettini con la carta assorbente, imponendosi tra gli studenti sicuramente con poca intenzione e con autoritarismo...
Ecco, anche se tornassi a Roma, una cosa importante ricordo di quegli anni: non esisteva un corso su Nietzsche, che mi interessava. A nessuno passava per la testa; nessuno lo conosceva, perché a quei tempi a Roma si doveva studiare soltanto Marx e la problematica sociale [...] e decisi che sarei andato in Africa. Così, trovai un albergo a Cimma, in Etiopia, e feci la mia prima esperienza in Africa. Così mi laureai nel '69, quindi in maniera abbastanza precoce. Tutto questo, i miei studi, i miei interessi... Incominciai a studiare soprattutto quello che scriveva Spengler, e grazie a queste mie conoscenze di Spengler potevo andare bene agli esami, perché i professori non lo conoscevano, perché non andava di moda. Ci sarebbero tante cose da dire un po' difficili a sintetizzare. [...]
Giulia D. S.: Sappiamo anche che Lei è stato un professore universitario, anche nella nostra città, e vorremmo chiederLe com'è stata la Sua esperienza del passaggio da davanti a dietro la cattedra.
Sì, allora, guarda, devo dire, all'università di Roma, in quanto studente, mi trovai bene perché ho studiato per conto mio, e ho fatto un po' di esami, e ho fatto bene, perché mi interessava la filosofia e naturalmente ho avuto i miei voti, perché raggiungere i miei obiettivi no era tanto difficile. E poi, appunto, ricordo il concorso per il dottorato di ricerca, dove naturalmente non rientrai perché bon appartenevo ad alcun gruppo politico allora presente a Roma, e, dopo un po' di tentativi, vinsi il concorso per insegnare al Liceo scientifico "Francesco D'Assisi" a Roma. Così iniziò la mia esperienza da insegnante di liceo, appunto. Ho insegnato al liceo per cinque sei anni. Per il servizio militare, entrai nel gruppo sportivo, dove facevano lotta greco-romana, e fu un'esperienza divertente perché facevo solo sport. Questa è stata la mia prima parte. Poi feci un concorso per avere un altro tipo di lavoro e andai come addetto stampa al Ministero degli Esteri e ho fatto l'addetto culturale per – quanti anni? – una decina d'anni o un po' di più, perché andai prima a Monaco, prim'ancora a Buenos Aires, come addetto all'Istituto di Cultura, dove feci la mia prima esperienza. Però già ero stato in Sudamerica, ma adesso si fa un po' difficile da raccontare. Il mio amore per il Brasile nasce dal film Orfeu Negro, su testo di Vinicius De Moraes, ambientato nel carnevale di Rio. Allora decisi di arrivarci. Però i biglietti per il Sudamerica erano cari; e allora trovai uno sconto di centomila lire per un biglietto andata-ritorno Roma-New York. Così riuscii ad arrivare a New York e me ne andai in autostop fino a Rio de Janeiro, passando per gli Stati Uniti, per il Centro-America, Messico, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Costa Rica, Panama, Colombia, Rio delle Amazzoni. Questa è stata la mia prima vera esperienza e avevo, in questo caso, 23-24 anni. Poi ho avuto l'opportunità di lavorare come direttore di Istituto a Mogadiscio, dove sono stato cinque anni, in Somalia, da cui sono dovuto scappare per la guerra e per cui ho perso la mia biblioteca. Fu la prima volta che iniziai a perdere la mia biblioteca, scappando dalla guerra, sotto i bombardamenti e i rastrellamenti militari, e così ho lasciato il lavoro al ministro degli Esteri: non mi interessava. Riuscii anche ad avere l'aiuto del professor [...], preside della Facoltà di Lettere, e riuscii a ottenere il posto di ricercatore all'Università dell'Aquila.
Angelo S.: Un percorso molto travagliato! E come si è trovato qui a L'Aquila?
Guarda: a L'Aquila c'era pure un edificio bello; ma l'unico modo per incontrarsi era fuori al caffè. Per il resto, non c'erano poi molti luoghi di aggregazione: una piazza, un cortile [...]. A quei tempi ricordo, quando ero in L'Aquila, di aver chiesto: "Dico, ma perché non si fa uno spiazzato, un bel cortile?" E mi hanno risposto: "Si socializza fuori no? Qui si studia". C'è ancora questo concetto che lo studio non deve essere un piacere, ma deve essere un sacrificio: questo mi dava fastidio. Per il resto, per fortuna, grazie alla libertà di insegnamento, che si può orientare secondo le predisposizioni, io potevo fare corsi su Spengler, su Nietzsche, su Evola, cosa che nessuno poteva pensare. Comunque, godevo della mia libertà di insegnamento.
Angelo S.: Per cambiare argomento, volevamo chiederLe in particolare per quanto riguarda l'avvicinarsi all'ambiente del teatro, che appunto è quello per cui siamo qui oggi principalmente, quindi chiederLe in particolare come si è avvicinato al teatro, soprattutto se vi fosse un espediente didattico, un espediente pedagogico nel suo avvicinarsi al teatro, oppure un interesse personale, o entrambe, non so, ci dica.
Io ero molto giovane quando cominciai a pensare un po' al teatro, poi lo lasciai. Conoscevo un attore, Mario Scaccia, che mi ricordo che era stato un amico mio, eccetera, e quindi mi interessava, però poi non pensai che si potesse fare una carriera attraverso il teatro [...]. Poi a un certo punto ho deciso che mi interessava scrivere di teatro, questo già un po' tardi, e partecipai al concorso "Ennio Flaiano" e diciamo arrivai secondo in questo concorso, ebbi una menzione della giuria per un'opera teatrale, riconoscimento importante per il concorso "Ennio Flaiano". Allora capii che potevo anche scrivere di teatro, che non era male. Poi, a un certo punto, come mai iniziare a fare la regia? Questo è il discorso... Iniziai a fare la regia appunto perché sono un insegnante, e capii che c'era un buon rapporto fra insegnare agli studenti e parlare con il pubblico. Quindi questo mi ha dato molto impulso, e in effetti cominciai a fare la regia in Colombia, perché lì mi pre-pensionai, avendo fatto molti anni all'estero, e potei pre-pensionare a 62 anni.
Quindi in Colombia, organizzando insomma un po' di teatro, iniziai a fare anche un po' da regista, cercando di migliorare le mie capacità, provenienti dalla mia esperienza di insegnante, per quello che era l'impegno di regista. Quindi ho unito varie cose: mi piace scrivere, ho scritto sempre, ho scritto un po' di filosofia, non sono mai stato un bestseller, mi dispiace, magari avrei scritto meglio e di più, ma così mi sono avvicinato al teatro.
Angelo S.: Devo dire che io ho letto anche alcuni suoi studi che mi ha mandato per mail su Seneca e sono veramente scritti molto bene, perché riesce comunque a spiegare un filosofo come Seneca in maniera molto, diciamo, accessibile, insomma, anche con le giuste citazioni, con la giusta aderenza al testo, insomma, mi è piaciuto molto.
Giulia D. S.: E riguardo questo volevamo chiederLe anche, diciamo appunto, un tema un po' più di attualità: se Lei pensa che effettivamente il teatro potrebbe essere uno strumento da applicare appunto nella didattica, anche nelle scuole medie e superiori, per avvicinare appunto i ragazzi ad un modo diverso di capire il mondo e tutto ciò che li circonda, compresi gli argomenti scolastici, la filosofia, come appunto stiamo facendo nel nostro istituto con lo spettacolo che stiamo preparando.
Ecco, guarda, una cosa importante: imparare a recitare, a fare teatro, è imparare a avere rapporto con la gente. Cioè, se io ho un po' di capacità, è perché ho sempre cercato di comprendere le persone. Anche io ho viaggiato in vari paesi, sono vissuto appunto in Africa, in Sud America, eccetera, e per me è sempre importante riuscire a comunicare, perciò ho cercato di imparare alcune lingue, proprio per potermi comunicare. E quindi anche i miei studenti qui dell'Università di Cal, in Colombia, mi dicono "Sì, Luciano, noi siamo migliorati nell'esposizione". Si migliora proprio perché tu capisci che davanti a te hai un pubblico che deve capire, cioè devi spiegarti, farti capire. E questo appunto è il teatro che lo insegna, è il teatro che insegna a parlare con la gente, a sentire quello che pensa la gente. E se tu non lo senti, non riesci a parlare, non riesci a comunicare. Ecco, questo secondo me. Sì, in effetti questo...
Angelo S.: Poi proprio per questo motivo volevamo chiederle appunto quale fosse il Suo... La sua esperienza, diciamo, di lavoro anche all'estero. Perché Lei ci accennava prima alla Somalia, ci accennava prima comunque a delle situazioni abbastanza difficili da affrontare [...].
Giulia D. S.: Se riesce, diciamo, a spiegarci anche come si lavora nel teatro e fuori dall'Italia. Nella docenza, nel teatro, nell'ambiente della regia, specialmente anche adesso Lei è in Colombia.
Com'è lì l'ambiente lavorativo?
Eh be', questo è un po' complicato. Io sono sempre comunque un dilettante, nel senso che non ho mai fatto scuola di teatro… Comunque, sentite, insomma, guarda, in Colombia ho iniziato... Sto insegnando appunto Filosofia, dove insegno qui, eccetera. E ho unito questo gruppo di gente a fare teatro. E qui ho trovato, sì, un interesse. Però c'è sempre il fatto burocratico, se tu non sei professore proprio di teatro, eccetera. Però sono riuscito a fare varie cose. Abbiamo presentato almeno sette o quattro opere, abbiamo fatto opere su Nietzsche. Sempre in un ambiente senza ottenere grandi successi di un grande teatro, naturalmente. Però adesso dirigo due gruppi [uno in Tunisia, uno in Colombia, N.d.R.], stiamo facendo un'opera mia. Andiamo magari in teatri più piccoli. Insomma, è interessante proprio per capire la gente. Ecco, però c'è un problema. Guardate, per fare teatro, o qualsiasi attività, bisogna avere una certa indipendenza economica. Cioè, io vedo i miei studenti di qua. Mentre in Italia in generale abbiamo una situazione relativamente calma, come posso dire: uno studente, in generale ha una famiglia con cui vive, quindi può occuparsi di studiare senza grossissime preoccupazioni; qui in Colombia è difficile trovare, almeno nell'università, questa statale, che è la più importante, situazioni agiate. Ci sono sempre situazioni un po' complicate, in cui magari un studente dice: "Beh, non sono potuto venire perché non avevo i soldi per l'autobus". Insomma, voglio dire, ci sono situazioni, e poi c'è anche un carattere, indubbiamente. Qui manca un pochino quello che è un senso di precisione, di appuntamenti. Per cui non è molto facile orientarsi in questo. In questo c'è una certa difficoltà. Poi c'è anche molta umanità, e quindi in questo mi sento bene, alla fine. Una volta ho pensato, ho sognato una cosa che dice "Sai, tu sei venuto per cambiare, vuoi cambiare la Colombia?" No. Devo cambiare io.
Giulia D. S.: Agganciandoci a questo discorso, volevamo anche chiederLe com'è la Sua esperienza in Colombia in quanto persona, in quanto italiano che vive all'estero. Ora abbiamo parlato della carriera lavorativa, teatrale, della docenza, eccetera. Però com'è la situazione all'estero come italiano? Com'è vivere all'estero come italiano?
Ovviamente, io sono abituato a stare fuori, per cui ho vissuto in Africa, stavo in Colombia come ultima residenza, ma adesso cambio, ritorno in Italia, eccetera. Quindi, ecco il mio modo di essere: io mi adatto un po' a tutto, insomma. In Somalia sono stato anche musulmano, perché io non ho specifiche ideologie religiose. Sono politeista, quindi essere politeista significa accettare un po' diverse culture, no? E penso, appunto, sento di adattarmi abbastanza bene anche a mangiare, non ho problemi alimentari. Quindi, ecco, per me è molto importante. Poi qui, la gente di questa città è gente aperta, quindi c'è un lato umano molto importante, anche se alla fine poi magari uno cerca un suo centro, un punto di riferimento. Ecco, io forse non ce l'ho, questo l'ho perduto, ma è anche una conquista. Sono italiano, ma vivo nel mondo, e questo mio modo di essere è anche un po' in politica. Posso dire che i miei ideali politici non vengono da un contingente. Io non sono né comunista né fascista, i miei maestri sono Nietzsche, sono Spengler, Ernst Jung, sono un anarchismo di vocazione stirneriana. E grazie a questo, per questo, mi trovo bene nel mondo. Poi una cosa che voglio dirvi: all'arrivo del Covid, era la prima volta che stavo male in vita mia, e allora capì, per la prima volta sentì di essere mortale. Capii che non ero immortale, che, anche quando non volevo, dovevo fare attenzione. Adesso infatti sono molto più mortale di prima. Cioè sento che se prima potevo fare un viaggio in autostop da New York a Rio de Janeiro, oggi forse non lo potrei fare.
Angelo S.: Questa è comunque una tematica interessantissima, cioè potremmo comunque estendere questo discorso all'infinito, però...
Giulia D. S.: Sì, purtroppo non si può perché parliamo di interviste molto brevi, quasi lampo, quelle di cui abbiamo bisogno. Per concludere La interroghiamo sulla nuova frontiera, appunto, l'Italia. Torna finalmente in Italia, quali sono le sue speranze, le sue aspettative, i suoi progetti da portare qui, di nuovo qui, con tutto il bagaglio di esperienze e di conoscenze che si porta dall'estero?
Guarda, per me, ecco... Abbiamo fatto questa prima esperienza e devo ringraziarvi, perché ho trovato un'ottima connessione. Anche il professor Cappelletti è stato molto, molto cortese. In generale, quando uno viene da fuori e porta un'idea, c'è sempre molta diffidenza, però soprattutto oggi devo ringraziare il professor Cappelletti, che mi ha trattato veramente come un amico, un fratello. E quindi abbiamo collaborato in maniera ottima, e soprattutto con gli studenti: Angelo, che si è preso l'iniziativa di dirigere tutto, anche quella tecnica, la tua, che sei anche molto giovane, stai molto all'altezza dei tuoi discorsi, ti vedo molto matura, molto impegnata, non si può essere maturi a quattordici quindici anni, è giusto che sia così, però vedo che sei molto impegnata, molto attiva – ecco – io penso, quando si parla di giovani, uno dice – ecco – i giovani di adesso che fanno queste cose, ma presi individualmente – e io nel mio lavoro conosco i giovani, individualmente, ho conosciuto tutta gente che lavora veramente con amore, con passione... Allora, mi piacerebbe continuare con questo gruppo di teatro, penso di stare in Italia dai tre quattro mesi a un anno, e di poter andare andare avanti con altre opere, con voi studenti che ora ci siete, con altri che potranno venire, e creare qualcosa di bello.
Angelo S.: Creare quindi un ambiente, diciamo, più, come posso dire, aperto, più anche un ambiente di confronto appunto, dove la Sua esperienza comunque possa fruttare per le nuove generazioni. Un ambiente di confronto sia fra gli studenti, fra gli studenti e i professori, ma anche fra le varie culture. Nell'ambito della nostra città. . Che è diventata la capitale italiana della cultura per quest'anno.
Giulia D. S.: Dobbiamo renderci conto che la cultura non è solo quella aquilana, ma è quella di tutto il mondo.
Angelo S.: Esatto. Senza ognuno ovviamente portando avanti le proprie esperienze, un po' ambasciando la propria terra, in questo senso. Va bene, quindi La ringraziamo.
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