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L'intervista all'attrice e scenografa Paola Cialfi

A cura di Giulia De Simone e Angelo Serpetti, per The Ampersand

Giulia De Simone ·

Paola Cialfi. (Fotografia tratta da abruzzo24ore.tv)

Nell'ultimo periodo io e Angelo Serpetti abbiamo avuto la grande

opportunità di conoscere e intervistare la scenografa, regista e attrice Paola Cialfi.

Questa donna dalle mille risorse è stata una tra i primi a portare in italia e

in Abruzzo tecniche teatrali avanguardiste; autrice di numerosi spettacoli di

alto spessore artistico e sociale, ha sempre condiviso sul palcoscenico

messaggi controversi e molto forti, in opere come Le Donne, Il Potere, La

Morte… , collaborando spesso con il Teatro Stabile d'Abruzzo.

Riporto di seguito la trascrizione dell'intervista, che ho curato

personalmente.

La mia esperienza nel settore teatrale comincia tanti, tanti anni fa: avevo 17 anni. Iniziò come teatro universitario, insieme a Totò Centofanti, che purtroppo è morto qualche tempo fa, e Maria Cristina Giambruno. Così abbiamo cominciato, come teatro universitario, quindi legati alla cattedra dell'università, che allora aveva Nicola Cialetta. Abbiamo sempre avuto questi "scambi" tra l'università e noi.

Angelo S.: Cosa Le

ha restituito questa esperienza? Oggi la consiglierebbe, la riferebbe da capo?

Dunque, io personalmente la riferei pari pari come l'ho fatta. Nel senso che a me ha dato moltissimo. Non so se gli attuali ragazzi siano disposti a fare però i sacrifici che abbiamo fatto noi. Perché siamo andati tutti insieme a fare i festival. I festival in Sicilia. Ma questo era il… sai di quando ti parlo? Era forse il '73, '74. Cioè sono periodi lontanissimi. Avignone, siamo stati in Francia. Cioè andavamo per i festival a fare. Poi ci stava chi di noi era disposto ad alzarsi la mattina molto presto, una ero io, per andare a fare per esempio lo stage con qualche straniero. Ti insegnavano alcune tecniche che tu non avresti mai saputo se non fossi andato ai festival. Poi però bisogna anche dire questo, che il Teatro Stabile ci ha molto aiutato. Il Teatro Stabile di allora. Non quello di adesso, perché non c'entra niente con quello di adesso. Il Teatro Stabile all'Aquila nasce in tempi lontanissimi. Io ero bambina. Io e i miei fratelli, altri ragazzi eccetera, eravamo bambini. Siamo andati a fare i burattini con Maria Signorelli.

Giulia D. S.: Io

sono cresciuta con questo motto, che mi ha sempre ripetuto la mia insegnante,

la prima insegnante che ho avuto: il teatro è povertà, sofferenza e sacrificio.

Ed è vero, è proprio vero.

Infatti quando poi ti adagi, diciamo che arruffi

un po' le cose, perché... perdi in creatività. Infatti, dico la verità.

Taviani, che mi aveva capito benissimo: infatti quando sono tornata da Pescara,

siccome io ho fatto esperienze diversissime, la Rai, ho insegnato le tecniche

gestuali e mimo, poi invece ho recitato e ho fatto le tournee con svariate

compagnie. Poi ho fatto le animazioni, quelle che erano le animazioni, insomma

i laboratori, nelle scuole. Facendo questo, Taviani disse ad una professoressa,

quando tornai qui: "Fate la tesi sulla signora, perché la signora ha una visione

molto ampia", e quella non la volle fare. A me non me ne frega, dico la verità,

non me ne fregava niente. Stavo su questo contratto con il Teatro Stabile e

stavo a fare tutt'altra cosa. Però fui molto stupida, perché ho insistito tanto

per farmi fare la tesi. Perché per esempio andammo a lavorare, io, Totò e

Cristina andammo in Umbria, lì abbiamo lavorato e abbiamo appreso delle cose,

per esempio i laboratori, fatti interrogando le persone e costruendo il testo,

lo abbiamo imparato lì. Quello non lo sapeva fare nessuno, perché non lo aveva

mai fatto nessuno. Mentre invece, facendo questo lavoro in un altro luogo, con

quelli che l'avevano già fatto, costruire il testo attraverso quello che ti

racconta la gente. Sono esperienze che ha fatto Torino, perché solo Torino

stava molto avanti. Diciamo, L'Aquila e Torino erano quelle che stavano più

avanti di tutti. Poi dopo c'è stata una grossa battuta d’arresto.

Angelo S.: A che

cosa attribuisce questa battuta d'arresto? Come c'è stata?

La battuta d'arresto c'è stata nel 1984, quando il

Teatro Stabile, che era produzione e distribuzione, si è diviso ed è diventato

soltanto produzione. Quella è stata la fine, praticamente. Io sono poi partita,

ero già partita più e più volte. Nell''87 me ne sono andata definitivamente,

perché ho detto: "Non c'è più niente da fare".

Angelo S.: Come è

rimasto poi il Suo rapporto con il teatro stabile?

Con il Teatro Stabile diciamo che io non ho mai

chiuso, in quanto stando a Pescara e a Chieti, quando stavo a Pescara e a

Chieti però, perché delle volte stavo a Torino, però avevano dei rapporti con

Torino, e i rapporti con Torino l'hanno sempre avuti, però loro venivano a

Pescara e io per esempio portavo, se stavo facendo il laboratorio, portavo

tutti quelli che io avevo a vedere lo spettacolo. Diciamo che tra di noi non

abbiamo mai chiuso, però io per tutti e venti gli anni ne ho sempre avuto la

maglia.

Angelo S.: Invece

come nasce il Suo rapporto con Amatrice?

Dunque con Amatrice nasce perché nel 2003, 'che era

direttore di Federico Fiorenza del Teatro Stabile di L'Aquila, ci siamo

incontrati e mi hanno detto: "Fai tu un progetto sull'Alta Valle dell'Aterno".

L'Alta Valle dell'Aterno parte da Pizzoli fino a Monte Reale. Io allora, memore

che L'Aquila non funziona per me, dissi: Amatrice sta a 21 chilometri da Monte

Reale, quindi io voglio Amatrice. C'era il liceo poi, io ormai le medie non le

facevo più, le elementari da tantissimo non le facevo più, anche a Pescara

facevo sempre i laboratori con i licei.

Angelo S.: Perché proprio

i licei?

Perché è in un certo senso più complicato, puoi

metterti in relazione con dei giovani che hanno letto per esempio, io che ho

fatto il liceo classico, allora andavo sulle tragedie greche, e quindi ci

potevamo capire insomma, diciamo che è per questo. Però mantenendo sempre

quell'approccio pedagogico, sempre, perché io non ho mai voluto che il ruolo di

chi fa l'attore prendesse quello dell'insegnante, deve essere in supporto

all'insegnante, ma deve mantenersi su quello che stanno facendo loro.

Angelo S.: Quindi

si deve imparare facendo?

Sì, insomma, per esempio se stavano studiando

D'Annunzio, questo per esempio l'ho fatto ad Amatrice, allora io facevo,

realizzavo poi lo spettacolo, l'insegnante parlava di D'Annunzio dalla parte

letteraria eccetera, io ci mettevo delle cose che erano sulla creatività, su

che cosa potesse pensare D’Annunzio, sulle cose che avevo visto su D’Annunzio

eccetera.

Giulia D. S.: È così

che Lei ha iniziato diciamo a farsi strada in questo mondo professionalmente, attraverso

proprio le scuole?

No, no. In prima battuta io sono scenografa,

diplomata all'Accademia Sperimentale dell'Aquila, che fecero nel '69, io ero

uscita dal liceo allora, ed ero iscritta a Perugia alla facoltà di Filosofia,

sono tornata indietro, e sono andata a fare scenografia, ho dovuto fare un esame

di dieci giorni, perché mi mancava il disegno, poi avevo scelto scenografia, e non

volli più cambiare mai, perché per me è importantissimo il luogo dove tu vai a

fare l'opera, infatti le cose che ho fatto io hanno sempre una valenza forte in

luoghi, ho fatto per esempio uno spettacolo su Celestino alle 99 Cannelle con

l'acqua aperta, e i musicisti che accordavano sull'acqua, poi la scenografia

come l'ha insegnato Mario Ceroli, mi diceva: "Paola è lo spazio! La più bella

scenografia è lo spazio!" Quindi tu metti un elemento molto importante, che può

essere anche l'attore con un costume sontuosissimo, oppure una poltrona immensa

e poi niente altro, non quelle cose di dipingere, ridipingere, non l'ho mai

fatto. In uno spettacolo eravamo solo gli attori, e c'è stato uno del coro, che

suonava quelle gran casse grandissime, e noi andavamo dietro di lui, camminando

e recitando, e lui poi la suonava e strisciava.

Giulia D. S.: A me

colpisce tanto il Suo modo di includere proprio la musica, in quella che è lo

spessore di ciò che fa, nel senso non è un sottofondo, è proprio una parte

integrante, giusto?

È una parte

integrante, ad esempio abbiamo fatto Shakespeare nel bosco, lì Taviani mi

disse: "Hai avuto l'idea più brillante che possa mai esistere"; ho fatto uno Shakespeare

nel bosco, erano degli episodi, presi, estrapolati, dalle opere di Shakespeare,

era Borges racconta Shakespeare, c'era il personaggio, lo facevo io, che tenevo

un po' le fila, e poi c'erano i vari personaggi, naturalmente c'era Giulietta,

c'erano i vari personaggi più eclatanti, di Shakespeare, camminavamo in questo

bosco, e la gente veniva con noi, circa duecentocinquanta persone, era l'11 di agosto, con la

provincia dell'Aquila, il TSA, la provincia di Rieti, perché è il bosco di

Verrico, ma non Verrico sotto, Verrico sopra, che è un bosco del 1600, avevamo

fatto i tracciati. Comunque, non è che andavano così all'impazzata, c'erano le

stazioni e anche lì la musica era dal vivo, però lì era molto tenue la musica.

Giulia D. S.:

Parliamo della Sua interpretazione delle opere più classiche, cioè uno Shakespeare

che alla fine esce fuori come una cosa mai vista, per quanto possa essere

classica in sé.

Sì: a un certo punto ci stava uno specchio, dove

Sebastiano diceva: "Essere o non essere, questo è il problema", e io non è che

potevo rompere lo specchio, però sembrava come se io trapassassi lo specchio e

arrivavo fino a Sebastiano, e continuavamo la passeggiata. Peccato che non si

possa più vedere su YouTube, a me l'hanno cancellato le chiavette, non so come

abbiano fatto, ma se no queste cose si vedevano, questi vari episodi, perché

sono stati ripresi tra l'altro, dalla televisione pure. Anche Shakespeare usava

queste esperienze così.

Giulia D. S.: Un'altra

cosa che devo dire io apprezzo tantissimo è il fatto che Lei non ha praticamente

mai utilizzato gli archetti. Lo apprezzo tantissimo perché io, avendo studiato

per recitare senza l'archetto, ho recitato pochissime volte con l'archetto, e

devo dire che la voce naturale per me è un altro strumento.

Tra l'altro bisogna ben usare quello strumento,

perché con l'archetto è meccanico. Una volta, dopo il terremoto, andai a Sulmona

con Croce Rossa e mi vollero far leggere la poesia in piazza e mi misero

l'archetto. Una volta l'ho fatto anche usare, vi dico la verità. In una zona

tanto sorda, l'ho fatto usare perché era pienissimo di gente, non si sarebbe

capito niente. Anche perché non c'erano tutti quelli che avrebbero potuto portare

la voce come la porto io. Io sono allenata a portarla ed è diverso. Chi invece

non ha quello strumento allenato, non riesce. Ci insegnarono di metterci a

terra chiusi e poi piano piano devi aprirti con il respiro. Aprire, aprire,

aprire, aprire, aprire. Poi ti richiudi e ti si fa il muscolo del diaframma.

Giulia D. S.: Io ho

sempre studiato diaframma da terra, sempre. Lei pensa che sia questo il modo

migliore?

Da terra! Considera che io non vengo dalla parola,

vengo dal mimo. Il mimo parte da tutt'altra cosa, cioè prima devi sistemare il

corpo. Dopo, io ho fatto uno stage in Umbria con Jerzy Grotowski che ci disse: "Parlate

quando ve la sentite, non obbligatoriamente dovete parlare". Perché era un

laboratorio comunque, se no dovevi parlare per forza, certo. Poi l'8 marzo ho

fatto recitare delle persone che non avevano pressoché quasi mai recitato.

Oppure hanno recitato come intendono loro. Eppure dicono che hanno recitato. Ma

perché io glielo faccio fare? Perché appunto gli faccio questi percorsi. Tu

devi fare questo, questo, questo, questo. E poi lo ripeti, poi lo ripeti, poi

lo ripeti, poi lo ripeti. Fino a che non te lo infili in testa. Oppure certe

volte vado con degli esempi. Quella Lisistrata in cui portavano via gli

uomini. Allora a quelle di Amatrice dicevo: "Se vi portassero via i mariti, che fareste?" "E be', signorina, noi ci arrabbieremmo!" Allora tu mettiti nella mente... dì

quello che faresti. Io così delle volte agisco con chi non ha neanche il tempo.

Perché considera che quelle che faccio recitare delle volte sono signore che non

sanno esattamente come fare. Allora io ci arrivo con delle domande. "Se ti

portano via il tuo marito, tu che pensi?" Mi ci diverto pure!

Giulia D. S.: Ad

esempio lavorai con un ragazzo che diceva: "Non dovete fare le cose perché ve le

dico io regista. Ma dovete fare queste cose perché avete un motivo per farle".

Infatti è vero.... non bisogna farle perché te lo

dice il regista. Tu le devi sentire. Se ti portano via il tuo marito... tu devi

sentire. Sei contenta che te lo portano via? Tu che pensi? Io faccio questi

discorsi, capito? Perciò quelle mi amano tanto. Perché io faccio questi discorsi.

Dico, se tu sei contenta... allora esprimi la tua contentezza! Perciò la

recitazione è una cosa molto difficile. Perché è un gioco. Però c'è del vero.

Infatti, Jerzy Grotowski diceva: "Noi siamo veri quando stiamo là sopra. Non

quando scendiamo. Perché noi siamo sempre falsi." E io concordo su questo. Io

sono molto d'accordo su questo. Che noi nella vita siamo sempre falsi. Mentre

invece se ci lasciano andare sul palcoscenico... Mettiamo fuori tutta la

nostra... Verità. Verità. Su questo io sono proprio convinta. Forse perché

capita a me…

Giulia D. S.: Mi è

capitato anche di lavorare con registi ce proponevano esercizi fisicamente

molto duri, difficili. Lei cosa ne pensa di questi approcci?

Questi per esempio sono esercizi molto importanti.

Perché uno deve imparare a dominare il proprio corpo. È una cosa molto importante, dominare il proprio

corpo. Forse questo mi viene pure dall'equitazione. L'equitazione è una

costruzione terrificante. Perché devi tenere le ginocchia strette, i talloni un

po' all'infuori, le punte verso le punte del petto del cavallo, la schiena

dritta, io vado all'inglese, non so andare all'americana. Infatti quando andai

con certi cavalli che invece erano abituati all'americana, mi dissero, ma la

signora va all'inglese, quasi lo fa cadere il cavallo. Non gli torna di

baricentro, sì. Lo fai cascare proprio.

Angelo S.: Volevamo

chiederLe in particolare per quanto riguarda lo spettacolo di Colle Maggio su Celestino

V che sta per portare avanti. Ci sono novità?

Dunque, io vorrei trovare un posto, perché alle 99

Cannelle l'ho fatto, a San Giuseppe Artigiano l'ho fatto. Mi serve un posto

particolare. Lo vorrei fare comunque in una chiesa. Le due Perdonanze che ho

fatte, le ho fatte con Fiorella De Simone, perché Fiorella non aveva mai fatto

la perdonanza. Allora, quando nel 2005-2006 mi dettero l'incarico, io gli

dissi: "Fiorella, vieni che facciamo la Perdonanza insieme." Non l'aveva mai

fatta, Fiorella. Fiorella è stata alla Rai finché è andata in pensione, insomma.

Giulia De Simone: Un'ultima

cosa volevo chiederLe. Rispetto ai vari spettacoli che lei ha fatto di natura

sociale, dedicati alla donna. Come vede Lei il teatro come strumento sociale?

L'abbiamo sempre visto come strumento sociale noi.

Abbiamo fatto tante cose con le canzoni delle Mondine. Abbiamo fatto, proprio

sotto il partito Comunista, abbiamo letto le poesie di Raffaella Alberti,

eccetera. Abbiamo sempre messo insieme la questione sociale e il teatro. Pensa

che abbiamo cominciato con Bertolt Brecht. La linea di condotta . Così abbiamo cominciato

come teatro universitario. Lo portammo al Teatro Uomo di Milano.