Critica
Accettare senza l'accetta: leggendo "John 3,32"
"Ed egli attesta cose che ha vedute, e udite, e nissun presta fede alla sua asserzione" (Giovanni 3:32)
Angelo Serpetti ·

Dinanzi alla copertina di John 3,32 non sembra di trovarsi davanti quello che poi effettivamente è: data pure la mole del libro e la dirompente immagine di copertina – niente di meno che L'angelo di Marcello Mariani – sembrerebbe di avere a che fare con un qualche trattato di esegesi biblica scritto da Fabio Picuti, un PM conosciuto a L'Aquila quale "L'Inquisitore del terremoto". Che brama è mai questa: un magistrato che vuole fare lo scrittore, giudicare alla maniera di un Geremia quello che già ha accusato in tribunale in un momento reduce da un quesito referendario riguardo i rapporti tra PM e giudici?
Ma ho affrontato il pregiudizio, grazie al suggerimento di Alfredo Murgo, editore del libro: ho iniziato a sfogliarlo, lo ammetto, solo per portare a questo giornale qualcosa che parlasse del terremoto del 6 aprile, un po' per ossequio religioso. Indovinate quando ho iniziato a leggerlo? Proprio il 6 aprile. E quando l'ho finito? Il 6 aprile. So di essere talmente pazzo da sorbirmi cinquecento pagine di un pubblico ministero: ma cosa ci posso fare se la prosa del libro mi ha catturato, con quello stile erudito ma non presuntuoso, chiaro e lineare, nonostante degli occasionali excursus che rischiano di disperdere la profondità del libro, in ogni caso ammirevole per uno scrittore non professionista? Soprattutto, ho apprezzato la pretesa dell'autore di "non scrivere un libro sul terremoto", quanto piuttosto una "biografia del 6 aprile", immagine di cui vi invito a cercare un vostro significato, perché "non esiste un'unica verità".
Ciò io lo interpreto come uno sforzo per la "memoria", in linea con la notizia che quest'anno non si è tenuta la fiaccolata del ricordo. Mi vorrei rifare a Bergson, coinvolto ma anche sottaciuto anche in Picuti, che di "ricordo" e "memoria" non fa sinonimi ma concetti contrastanti: "ricordo" implica la "forza dell'oblio", la capacità umana di censire, rendere costume, a mo' di Catone; "memoria", invece, implica una facoltà che ci rende più consci dello scorrere del tempo, nella quale passato, presente e futuro concorrono come affluenti di un fiume. Ecco perché parlare di "biografia della data": perché, parafrasando Manzoni, non si può "ritorgliere le mille correnti" alla nostra vita, alla memoria culturale di una comunità. Ecco giustificata l'immagine di copertina dell'ανγελός, il messaggero etereo; il richiamo al versetto biblico nascosto nell'orario del sisma. Bisogna accettare il passato, ma non con l'accetta.
In questo calderone, se non fosse intervenuto Picuti, si sarebbe annoverato il sapore del "ricordo", mai della "memoria": forse fa parte della natura umana la predilezione dell’oblio e la conseguente ricerca di capri espiatori per una colpa che è dannatamente universale: il ricordo senza memoria. Ricordando, infatti, "accettiamo" – cioè tagliamo con l’accetta – che, ad esempio, sia stato possibile, nonostante le frizioni internazionali di allora, quasi le stesse di oggi, passeggiare al Castello con il poeta russo Evtušenko od ospitare nella Casa dello Studente un arabo israeliano quale Hussein Hamade; che, nonostante la nostra impeccabile legislazione antisismica, ci sia sempre qualcuno pronto a trasgredirla per guadagno; che, malgrado la "gaia scienza" di cui ci vantiamo, restiamo in preda alle irrazionalità e ai raptus appena noti alle scienze umane; che già da tempo si discute in Italia dei rapporti tra potere, giustizia, scienza e stampa; che un terremoto già c'è stato, durante la Candelora del 1703.
Ogni volta, ahimé, sembra ripetersi tutto da capo, come direbbe Nietzsche. Ma è qui che, secondo me, lui sbaglia: non si ripete tutto da capo. Siamo noi, ogni volta, ad accettare. A intervenire è lo stesso Nietzsche, dicendoci che la storia non dobbiamo di certo sentirla come un peso da scaricare o caricare, come parrebbe dall’ossequio religioso di alcuni per il 6 aprile; piuttosto, dobbiamo servircene per il domani, non accettare, ad esempio, che "siano le case, non il terremoto, a uccidere".
Qui concludo, per meri motivi di impaginazione, questo mio commento su John 3,32 , azzardandomi a dire che Picuti, come neanche può fare il miglior professore di filosofia, con questo libro spiega Bergson e Nietzsche, pur senza mai nominarli.